
Questa storia inizia di giovedì sera.
Racconta di una tipa che camminava per strada con una borsa pesantissima e gialla.
Era sola con i suoi pensieri.
E i pensieri urlavano, erano rumorosissimi e accavallati. Insomma sembrava una seduta parlamentare.
Se la guardavi ti rendevi immediatamente conto che il suo cervello nulla aveva a che fare con quello che stava facendo, cioè camminare.
Era anche pericoloso il suo status, a voler bene vedere. Insomma se fosse andata sotto un tram forse se ne sarebbe accorta una volta morta sbrindellata. Quindi non se ne sarebbe accorta.
Comunque non è andata sotto un tram.
Ecco la questione che si poneva a me che la guardavo era: a che pensa?
E così ho iniziato a pensare anche io a quello che stava pensando lei.
Sta uscendo da una riunione di lavoro che non è andata troppo bene? pensa a quello che è successo, a quello che avrebbe potuto dire e non ha detto?
Pensa al suo fidanzato che l’ha tradita? Pensa alla risposta che dovrà dare al suo fidanzato che le ha chiesto di andare a vivere insieme?
La sua faccia però non dava segni di compiacimento ma nemmeno segni opposti.
Era difficile inquadrare il suo stato d’animo. Si percepiva solo che stava cercando una via d’uscita a quei pensieri.
La borsa era pesante, si vedeva chiaramente. La teneva con la mano destra e le nocche erano bianche. Doveva essere un supplizio ma lei non sembrava farci caso.
Quella borsa, gialla, aveva una tracolla ma lei la teneva per il manico.
Non l’ha mai passata da una mano all’altra, come di solito si fa con le cose pesanti.
Chissà…
Aveva i capelli arruffatissimi e un tailleur nero. Una semi-rasta in versione elegante. La giacca era bella, si vedeva. I pantaloni le andavano un po’ grandi.
Le scarpe erano colorate, lilla o rosa, non me lo ricordo.
A un certo punto le è squillato il telefonino, una suoneria tristissima ha cominciato a suonare sempre più forte.
Non ho capito se facesse finta di non sentire o se non lo sentisse davvero, eppure era assordante quella suoneria.
Non ha nemmeno visto chi la stesse chiamando. Non le importava forse o, meglio, aveva assegnato a ogni numero della sua rubrica un tono particolare. Quindi forse sapeva benissimo chi fosse e, semplicemente, non aveva voglia di rispondere.
Ero tentata di farle notare che il telefonino le stava squillando, ho come avuto l’impressione che le urla dei suoi pensieri non le permettessero di sentire altro.
Poi non l’ho fatto. In realtà non ho avuto tempo.
E’ entrata in un portone enorme.
Mi sono fermata per vedere che non inciampasse nella passatoia. E’ inciampata infatti, lo sapevo.
Poi, come se nulla fosse successo, è entrata ed è sparita, svoltando a destra.
Sentivo ancora urlare i suoi pensieri.
Ho continuato a camminare anche io.
Le urla sono riapparse, sempre più forti, e mi sono girata. Era dietro di me, senza borsa gialla.
Allora non ce l’ho fatta e le ho chiesto a cosa stesse pensando.
Come se nulla fosse, come se fosse la cosa più normale del mondo che io le avessi posto quella domanda, mi ha risposto. Mi ha detto “non so se partire domani e mollare tutto quello che sto facendo oppure rimandare alla settimana prossima, scontentando i miei”.
Ho pensato che non poteva permettere ai suoi pensieri di urlare in quel modo per una roba simile, ho pensato che doveva farli stare zitti e che doveva decidere da sola, senza urla.
Non ho detto nemmeno una parola.
Eppure lei mi ha guardata, mi ha detto che avevo ragione e che sarebbe partita l’indomani.
Non ci siamo salutate e abbiamo camminato più o meno vicine per qualche metro. Poi io ho svoltato a sinistra.
Un classico esempio di telepatia.



1 comments:
Sarò banale ma meneimporta'na'cippa.
Questo post è splendido, mi ha cambiato l'umore in questa giornata calda, grigia e appiccicaticcia.
Thanks Galy, keep it up.
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